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Orario

A: Piora
Data:
Ora:
Partenza
Arrivo
» Situazione dell'esercizio
Funicolare Ritom SA
Casella postale 17
CH - 6775 Ambrì, Ticino
Telefono +41 (0)91 868 31 51
Telefax  +41 (0)91 868 31 52
La dura vita del capannaro
capannaro_cooperazione_cadagno.jpgGestire una capanna durante l'estate: i giovani scelgono ancora di fare quest'esperienza? A contatto con la natura e con la gente, i vantaggi; ritmi stressanti e pochi guadagni, gli svantaggi.

Elena Thiele (al centro) da tre anni gestisce la capanna Cadagno con il marito Florian e la sorella Sara.
Le giornate di Elena sembrano non finire mai: dalla preparazione dei pasti… al riordino delle camere.

La sveglia suona intorno alle sei. Mezz’ora dopo Elena Thiele, 28 anni, suo marito Florian (33) e sua sorella Sara Mottini (34) sono già in cucina a preparare la colazione per gli ospiti. Poi c’è da riordinare le camere, fare le pulizie, pensare al pranzo… Le giornate nella capanna Cadagno, in Val Piora, a 1987 metri sopra il livello del mare, sono scandite da ritmi frenetici. Da giugno a ottobre. Perché la vita del capannaro è dura. Contraddistinta da fatiche e sacrifici. Forse è per questo che è sempre più difficile trovare persone, sia gerenti, sia ausiliari, pronte a lanciarsi in una simile sfida. «n luglio e agosto non c’è un attimo di tregua – ammette Elena –, eppure è da tre anni che svolgo quest’attività. Si vive immersi nella natura e a contatto con la gente. È fantastico. Noi abbiamo 57 posti letto. E in alta stagione sono tutti pieni».

Dalla zona del lago Ritom all’alta val Colla. Per conoscere Giada Ghidossi, classe 1986, di Lumino, che dallo scorso 1° maggio aiuta la responsabile della capanna Pairolo, situata a un’altezza di 1.344 metri. «Sono attratta dagli stili di vita semplici – dice –. Qui non c’è né internet né la televisione. Nessuno ti rompe le scatole. Il mio futuro prossimo lo vedo così: d’estate a gestire una capanna, d’inverno in giro per il mondo a spendere i soldi che ho guadagnato. Nei mesi in cui fa bel tempo posso ricevere fino a 2000 franchi, più le mance. Un buono stipendio, se si calcola che vitto e alloggio sono inclusi e che non ho molte altre spese».

È come una medaglia, la vita da capannaro. C’è la faccia bella, ma anche quella brutta. Hedi Ghisla, 61 anni, di Minusio, dal 2000 al 2004 è stata guardiana con suo marito della capanna Quarnei, a 2.107 metri, in valle Malvaglia. «Ho ricordi stupendi, ma anche molto tristi. I clienti vogliono tutto perfetto e tutto pronto a qualsiasi ora. Io e mio marito eravamo spesso stressati. E il fatto di vivere a stretto contatto, senza un momento di privacy, in un ambiente di tensione, ci ha allontanati l’uno dall’altro».

«Bisogna avere tanta pazienza – conferma Elena –, senza contare che in certi giorni capita di lavorare anche per 14 ore di fila. Le punte di stress arrivano nei fine settimana, soprattutto al sabato sera». Giada si è già abituata anche ai lavori più pesanti. «Prima lavoravo in ufficio, adesso spacco la legna – ironizza –. L’attività che preferisco, tuttavia, è cucinare, soprattutto dolci. Prediligiamo i piatti fatti in casa. Una volta a settimana si scende a valle a far la spesa con la jeep».

Anche alla capanna Cadagno, nei mesi di punta, arriva qualcuno a dare una mano. «Ci affidiamo soprattutto a giovani studenti – conclude Elena –. Di solito non facciamo fatica a trovarne. Forse anche perché distiamo solo un’ora di cammino dalla diga del Ritom».

«Le capanne, mete per turisti»


Cooperazione: Quante sono le capanne in Ticino?
Giorgio Matasci: Oltre un centinaio, se consideriamo quelle gestite dai privati, dai patriziati, dalla Federazione Alpinistica Ticinese (FAT) o dal Club Alpino Svizzero (CAS). Le società a noi affiliate ne hanno in custodia una trentina, tutte con il guardiano. La stessa cosa vale per il CAS, che ne ha una decina. Non tutte le capanne, comunque, hanno il guardiano fisso sul posto. In quelle più isolate c’è una persona di riferimento che si reca sul luogo una volta alla settimana per la manutenzione della struttura.

È sempre più difficile trovare capannari. Perché?
In realtà dipende dalle annate. Il fatto è che questo è un lavoro duro e che non ti fa guadagnare tanto. Anzi. Ci vuole, dunque, tanta passione. Il problema poi è la continuità. Uno magari lo fa per un anno poi smette. Alcune società hanno escogitato soluzioni interessanti. La Società Alpinistica Valmaggese, ad esempio, ha un’ottantina di collaboratori che a turni gestiscono le capanne della regione. Ogni settimana cambiano i capannari. Certo, sarebbe meglio avere sempre gli stessi referenti, ma sembra funzionare comunque.

E per i giovani che vogliono fare un’esperienza d’estate?
Qui il discorso è diverso. Basterebbe stimolarli un po’ di più e i giovani salterebbero fuori. Anche perché come esperienza è arricchente.

Com’è cambiata l’attività del capannaro negli ultimi vent’anni?

Prima le capanne erano destinate soprattutto ai ticinesi o agli amici delle varie società. Oggi sono principalmente legate al turismo. E i turisti, si sa, sono sempre più esigenti. Non ci si può più permettere di lasciare spazi sporchi, tanto per fare un esempio. Inoltre aumentano i comfort. Le docce calde vent’anni fa erano un’utopia. Ora ci sono quasi ovunque.

www.cooperazione.ch
Testo: Patrick Mancini Foto: Annick Romanski